Le associazioni di categoria hanno accolto la notizia con un favore accentuato dalle motivazioni che l'avvocato Bot ha incluso nella sua relazione, e cioè che le attuali normativa italiana e tedesca garantiscono l'indipendenza delle farmacie, rendendone la struttura economica impermeabile alle influenze esterne provenienti, per esempio, dai produttori di medicinali o dai grossisti: un punto di vista in cui i professionisti italiani si riconoscono in pieno.
«Sono contenta - afferma Annarosa Racca, presidente di Federfarma - che l'avvocato generale della Corte di Giustizia abbia riconosciuto la legittimità e la validità del modello professionale della farmacia italiana, che è molto apprezzato dai cittadini. Ringrazio il Governo per aver sempre difeso la normativa nazionale e confido vivamente che la Corte adotti una sentenza in linea con le conclusioni dell'avvocato Bot. In questo modo, infatti, i cittadini italiani potranno continuare a usufruire di un servizio farmaceutico di altissimo livello».
Andrea Mandelli, vicepresidente della Fofi, evidenzia anche un altro aspetto «È significativo - sottolinea - che l'avvocato generale suggerisca alla Corte di rinunciare al sindacato su norme nazionali che, ove modificate, andrebbero a sconvolgere gli assetti giuridici politicamente e democraticamente determinati dai Paesi, riconosca il primato dei Paesi Membri nella definizione dei principi e delle norme che regolano il settore della salute e, quindi, anche della farmacia».
A questo punto, però, è opportuno che i farmacisti italiani facciano alcune riflessioni. Innanzitutto, pensando al consumatore, che è sempre più destinato a evolversi e ha acquisito la capacità di fare confronti su un piano internazionale: basta viaggiare in altri Paesi per vedere modelli di farmacia fortemente caratterizzati da brand di insegna. Poi, guardando a quanto avvenuto negli anni con l'acquisizione delle farmacie comunali da parte di grandi gruppi internazionali, o ai giochi di partecipazioni societarie che, attraverso le Farmacie Riunite di Reggio Emilia e Pharmacoop hanno portato la grande distribuzione organizzata ad avere un suo ruolo nel settore, ben prima del decreto Bersani.
Del resto, laddove i farmacisti hanno voluto e saputo aggregarsi per un migliore presidio del mercato, i risultati positivi non sono mancati.
Attualmente, nel nostro Paese, esistono numerosi gruppi di farmacisti che, attraverso cooperative o formule di altro tipo, hanno messo in comune le proprie risorse. La maggior parte di queste realtà, però, sfrutta molto bene la massa critica a monte, sul fronte degli acquisti e dei rapporti con l'industria farmaceutica, mentre, a valle, il potenziale di questi non è altrettanto ben utilizzato.
È in questa direzione che, invece, sarebbe opportuno muoversi: per conoscere meglio le aspettative del consumatore, per sviluppare iniziative di marketing, per negoziare con le aziende un adeguato supporto promozionale, per migliorare la visibilità e la riconoscibilità del proprio posizionamento strategico.
Pensiamo che un ruolo strategico possa essere giocato proprio dalle cooperative, realtà solide in mano ai farmacisti, che hanno la massa critica e la forza contrattuale per sviluppare progetti in una logica di gruppo. Per questo motivo, nei prossimi numeri di PharmaRetail, pubblicheremo una serie di interviste e profili delle principali cooperative italiane.
L'auspicio è che, indipendentemente da quella che sarà la sentenza della Corte di Strasburgo, da organizzazioni di questo tipo possano scaturire idee innovative per rendere la farmacia sempre più competitiva nel panorama distributivo, che è poi la premessa indispensabile per poter fornire al consumatore un servizio professionale di livello qualitativamente elevato.
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