È stata smaltita l’euforia dei difensori delle tesi di Italia e Germania verificatasi in seguito alla pubblicazione delle conclusioni dell’avvocato generale Yves Bot, concernenti le procedure d’infrazione aperte contro i due Paesi sui vincoli imposti all’accesso alla proprietà delle farmacie. A seguito della sua analisi sulle disposizioni nazionali, Bot ha stabilito che la scelta effettuata dai legislatori italiani e tedeschi di collegare la proprietà economica della farmacia alla competenza professionale sia giustificata, in funzione dell'obiettivo di tutela della Salute pubblica.
Nel suo parere, l’avvocato generale spiega come il diritto dei singoli Stati ad imporre una propria normativa in tema di difesa della Salute Pubblica non sia in contrasto con quanto stabilito dagli articoli 43 e 46 del Trattato CE, che garantiscono rispettivamente la libertà di stabilimento e la libera circolazione dei capitali all’interno dell’Unione Europea. Pur non trattandosi della decisione definitiva della Commissione, che sarà comunicata solo verso la metà del 2009, tale parere è solitamente decisivo e quindi sembrerebbe fondata la soddisfazione dei farmacisti titolari italiani e tedeschi.
Quali sono le riflessioni che si pongono a questo punto per le farmacie europee e italiane?
Le conclusioni di Bot sono innanzitutto particolarmente rilevanti perché bloccano, per il momento, l’accesso di nuovi competitori in mercati molto ricchi (solo in Italia, le vendite in farmacia sono state pari a 11.605 milioni di euro nel 2007, fonte Farmindustria), nei quali la concorrenza è limitata da regolamentazioni nazionali stringenti.
Da una parte è stato quindi sancito il divieto all’accesso di società di capitali alla proprietà delle farmacie e dall’altra sono stati bloccati i tentativi di aggirare le regolamentazioni nazionali in tema di distribuzione dei farmaci facendo appello a diritti sanciti dai trattati comunitari, come nel caso della olandese DocMorris, che intendeva aprire una farmacia succursale in Germania.
Per il contesto italiano, le conclusioni si traducono nello stop per tutti quegli attori, in particolare quelli della distribuzione intermedia dei farmaci, che avevano mostrato particolare interesse per estendere il proprio raggio d’azione verso il basso nella filiera, con la creazione di catene di farmacie.
Tuttavia, le spinte europee verso una deregulation del settore, seppure rallentate dai recenti avvenimenti, non sembrano fermarsi, come dimostra la “Fase 2” della procedura di infrazione contro l’Italia, aperta il 27 novembre 2008. La Commissione Europea contesta con questo atto il divieto per un farmacista di possedere più farmacie e il limite di quattro farmacie che possono essere di proprietà della stessa società di farmacisti, con il vincolo che gli esercizi si trovino nella stessa provincia, in quanto ritenuto in contrasto con l'articolo 43 del trattato CE sulla libertà di stabilimento.
Considerando le tempistiche di questo tipo di procedure, non si avranno novità rilevanti sul tema nei prossimi mesi, se non anni.
Ad ogni modo, si tratta dell’ennesima conferma dell’attenzione posta dall’Unione Europea sullo sviluppo di catene di farmacie in tutti gli Stati membri, incentivata dalle spinte di forti gruppi di pressione interessati a modificare lo scenario competitivo.
Come già verificato in diversi contesti, i processi di deregolamentazione, una volta avviati, non possono essere arrestati e si sviluppano molto rapidamente. Si può osservare a tale proposito l’evoluzione delle farmacie nei Paesi in cui i vincoli legislativi sono già stati modificati, per cercare di anticipare gli sviluppi del mercato e capire quali strategie adottare. Dieci anni fa, nella maggior parte dei Paesi Europei, la totalità delle farmacie era di proprietà di farmacisti; già nel 2006, però, a seguito dell’introduzione di liberalizzazioni in vari Stati, circa il 10% delle 150.000 farmacie europee apparteneva a una catena che contasse almeno dieci diversi punti vendita, con punte dell’80% negli stati baltici e 97% in Norvegia (fonte OBIG, 2006). Nel Regno Unito, Alliance Boots e Lloydspharmacy (riconducibile alla tedesca Celesio) possedevano insieme, sempre nel 2006, circa il 50% del totale delle farmacie.
Facendo riferimento al contesto italiano, si segnalano due fenomeni particolarmente rilevanti che possono essere ricondotti a situazioni simili vissute negli altri Paesi Europei: da una parte si è assistito all’ingresso di nuovi competitori (214 corner della Grande Distribuzione Organizzata e 2.246 parafarmacie ad agosto 2008, dati IMS Health), permesso dai cambiamenti normativi introdotti nel 2006, dall’altra il rilancio dell’aggregazione tra farmacie, nella duplice veste difensiva e propositiva (ad esempio con l’offerta di nuovi servizi), come già riscontrato nell’esperienza francese.
In particolare il fenomeno dell’associazionismo d’impresa è l’aspetto più interessante, anche se non si tratta propriamente di una novità (già un quarto degli esercizi farmaceutici aderisce a un gruppo, d’acquisto o di vendita). Fortemente auspicata da FederFarma con il Libro bianco presentato a giugno 2008, si tratta di una delle principali risposte delle farmacie alle richieste di ammodernamento del servizio, ottenibile solo con il raggiungimento di una massa critica che permetta di raccogliere le risorse necessarie per promuoverlo. La centralizzazione delle funzionalità dell’impresa commerciale, infatti, permette di ottenere economie di scala sulle attività di supporto, lasciando più spazio al farmacista per focalizzarsi al meglio sulle attività che rappresentano il vero valore aggiunto della sua professione. Inoltre, potrebbero essere sviluppate attività complesse finora limitate a pochi, come analisi di business intelligence, marketing, comunicazione sul punto vendita … In sintesi, l’associazionismo spinto dal basso sembra poter rappresentare una risposta adeguata alle esigenze di ammodernamento del servizio richiesto dal mercato e dalle istituzioni, senza sconvolgere l’attuale sistema farmaceutico italiano.
Le conclusioni dell’avvocato Bot sono quindi sicuramente una vittoria per i farmacisti titolari, che escono rafforzati per il riconoscimento della loro centralità e unicità nella difesa della Salute, principio che travalica ogni altra regolamentazione. Questo risultato non va letto però come una definitiva consacrazione dell’attuale sistema, ma come un’opportunità per gli attuali attori del settore di innovare, senza la pressione che si sarebbe creata con l’improvviso ingresso di nuovi attori. È necessario quindi che i farmacisti italiani introducano dei cambiamenti (aggregazione d’impresa, sviluppo di nuovi servizi, etc) senza indugiare, poiché nuove sfide non troppo lontane si profilano all’orizzonte in uno scenario in rapida evoluzione.
Riferimenti a documenti citati:
Report “Indicatori farmaceutici 2008”, Farmindustria 2008
Community pharmacy in Europe, ÖSTERREICHISCHES BUNDESINSTITUT FÜR GESUNDHEITSWESEN
AUSTRIAN HEALTH INSTITUTE 2006
LIBRO BIANCO SULLA DISTRIBUZIONE DIFARMACI IN ITALIA, FederFarma 2008
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