Rapporto Ocse: uno sguardo alla situazione dei farmacisti nel mondo

Rapporto Ocse: uno sguardo alla situazione dei farmacisti nel mondo

Negli ultimi anni il ruolo del farmacista è cambiato in tutti i 36 Paesi del mondo. Ce lo racconta il Rapporto Health at a Glance 2019 dell’Ocse, pubblicato a novembre. Ma come? Sebbene il loro ruolo principale rimanga quello di dispensare farmaci, i farmacisti forniscono sempre più assistenza diretta ai pazienti sia nelle farmacie territoriali che come parte di team integrati di fornitori di assistenza sanitaria. Il documento con cui ogni anno l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico analizza i sistemi sanitari dei Paesi associati, è ricco di ulteriori dati.

I dati di Health at a Glance 2019

Nei Paesi Ocse, tra il 2000 e il 2017, la densità dei farmacisti professionisti è aumentata in media del 33 per cento nei Paesi analizzati, arrivando a una media di 83 farmacisti per 100.000 abitanti. Il numero di farmacisti pro capite è il più alto in Giappone (181) e il più basso nei Paesi Bassi (21). L’Italia ne conta 117 e si colloca al terzo posto, dopo Giappone e Belgio. In Giappone, il numero crescente di farmacisti è in gran parte attribuibile agli sforzi del governo per separare la prescrizione di farmaci da parte dei medici dalla distribuzione di farmaci da parte dei farmacisti.

In tutto l’Ocse la maggior parte dei farmacisti lavora nelle farmacie territoriali, ma alcuni anche in ambito ospedaliero, industriale, di ricerca e accademico. In Canada, per esempio, nel 2016 oltre tre quarti dei farmacisti professionisti hanno lavorato nelle farmacie di comunità, mentre circa il 20 per cento ha lavorato in ospedali e in altre strutture sanitarie. Il numero di farmacie comunitarie per 100.000 persone varia da 7 in Danimarca a 88 in Grecia; con una media di 29 in tutti i paesi Ocse. L’Italia si pone appena sopra la media con 31. Questa variazione può essere spiegata in parte dalle differenze nei canali di distribuzione comuni. Infatti, alcuni Paesi si affidano maggiormente alle farmacie ospedaliere per la dispensazione di farmacia, altri hanno ancora medici che distribuiscono medicinali ai loro pazienti.

Nella maggior parte dei Paesi europei, le farmacie vendono anche cosmetici, integratori alimentari, dispositivi medici e prodotti omeopatici. Per quanto riguarda la spesa farmaceutica, il consumo di prodotti farmaceutici è aumentato negli ultimi decenni, spinto sia dalla crescente necessità di farmaci per il trattamento di malattie croniche legate all’età sia dai progressi della pratica clinica. Il Rapporto si concentra sui consumi relativi a quattro categorie di medicinali, che sono quelli utilizzati per la cura di patologie in notevole crescita nell’area Ocse: antipertensivi, agenti per abbassare il colesterolo, antidiabetici e antidepressivi.

Il consumo di farmaci antipertensivi è aumentato del 70% in media tra il 2000 e il 2017, quasi quadruplicando in Lussemburgo ed Estonia. Rimane il più alto in Germania e Ungheria, che riportano quasi cinque volte i livelli di consumo visti in Corea e Turchia. Queste variazioni probabilmente riflettono sia le differenze nella prevalenza dell’ipertensione sia le variazioni nella pratica clinica. Una crescita ancora maggiore è stata osservata nell’uso di farmaci per abbassare il colesterolo, con un consumo nei Paesi Ocse triplicato tra il 2000 e il 2017. Il Regno Unito, la Danimarca e il Belgio segnalano i più alti livelli di consumo pro capite nel 2017: il Belgio, in particolare, , fa segnare un aumento dei consumi di sette volte rispetto all’anno prima.

Anche l’uso di farmaci antidiabetici è cresciuto notevolmente, quasi raddoppiando nell’Ocse nello stesso periodo, aumento spiegato dalla crescente prevalenza del diabete, dovuta a una maggiore prevalenza di obesità. Nel 2017, il consumo di farmaci antidiabetici è stato il più alto in Finlandia e il più basso in Lettonia.

Infine, il consumo di farmaci antidepressivi è raddoppiato tra il 2000 e il 2017: ciò può essere spiegato con un migliore riconoscimento della depressione, la disponibilità di nuove terapie, l’evoluzione delle linee guida cliniche e il cambiamento nell’atteggiamento dei pazienti verso la malattia.

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