A diciotto mesi dalla conversione in legge del decreto sulle liste d’attesa (Dl 73/2024), per la Fondazione Gimbe non si registrano miglioramenti concreti per cittadini e pazienti. La terza analisi indipendente sullo stato di attuazione della norma, accompagnata dal primo monitoraggio della Piattaforma nazionale delle liste d’attesa (Pnla) sui dati 2025, restituisce un quadro segnato da ritardi normativi e da uno strumento informativo che, allo stato attuale, non consente di comprendere dove e perché il sistema si inceppi.
«Dopo fiumi di annunci e dichiarazioni ufficiali – dichiara Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – il Decreto legge sulle liste d’attesa non ha ancora prodotto alcun beneficio concreto per cittadini e pazienti. A 18 mesi dalla conversione in legge mancano ancora due decreti attuativi e la piattaforma di monitoraggio non consente di individuare dove si concentrano i ritardi e quali prestazioni riguardano».
Nel 2025 la Pnla ha raccolto i dati relativi a quasi 57,8 milioni di prestazioni erogate: 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici. Numeri imponenti che, però, secondo Gimbe, non si traducono in informazioni realmente utili per i cittadini. La piattaforma descrive il rispetto dei tempi di attesa attraverso indicatori tecnici «incomprensibili» e non documenta le differenze tra Regioni, tra Aziende sanitarie, tra pubblico e privato accreditato, né tra prestazioni erogate a carico del Servizio sanitario nazionale e quelle in intramoenia.
La prima versione della piattaforma è stata lanciata il 26 giugno 2025 e aggiornata con i dati dell’intero anno. Tuttavia, al 1° febbraio 2026 la versione pubblica resta quella iniziale, con dati aggregati a livello nazionale. «Di conseguenza – spiega Cartabellotta – è impossibile individuare in quali Regioni e strutture si concentrano i maggiori ritardi, per quali prestazioni e per quali classi di priorità».
Sul piano normativo, il decreto continua a scontare ritardi significativi. Dei sei decreti attuativi previsti, al 1° febbraio 2026 ne risultano pubblicati quattro, mentre due non sono ancora stati adottati e non hanno una scadenza definita. Si tratta, in particolare, del decreto sulla definizione del fabbisogno di personale del Servizio sanitario nazionale e di quello relativo alle linee di indirizzo per la gestione delle prenotazioni e delle disdette da parte dei CUP. «Il decreto sul superamento del tetto di spesa per il personale – spiega Cartabellotta – è in stand-by per la mancata approvazione della nuova metodologia Agenas, mentre quello sui CUP non risulta ancora calendarizzato per l’esame in Conferenza delle Regioni».
Nel frattempo, la piattaforma monitora 17 visite specialistiche e 95 esami diagnostici, classificati in base alla priorità indicata nella ricetta. Tra le visite, le prime cinque – oculistica, dermatologica/allergologica, cardiologica, ortopedica e otorinolaringoiatrica – rappresentano oltre il 54% del totale. Per gli esami diagnostici, la metà delle prestazioni riguarda appena dieci test, soprattutto ecografie, ecocolordoppler e radiografie.
«Per le visite specialistiche – commenta il presidente della Fondazione – la domanda più elevata riguarda, cardiologia a parte, specialità d’organo lontane dalle competenze del medico di famiglia. Gli esami diagnostici più richiesti sono invece test di primo livello, per i quali vari studi internazionali stimano una quota di inappropriatezza pari ad almeno il 30%».
Un altro elemento critico riguarda il modo in cui vengono rappresentati i tempi di attesa. La piattaforma utilizza mediane e quartili, indicatori che, secondo Gimbe, tendono a “edulcorare” i dati perché escludono il 25% delle prenotazioni con i tempi più lunghi. «Ma soprattutto – osserva Cartabellotta – non forniscono l’informazione più rilevante per verificare il rispetto dei diritti dei cittadini: per ciascuna prestazione, quale percentuale viene erogata entro i tempi massimi previsti per ogni classe di priorità?».
L’analisi di alcune prestazioni ad alto volume, come la prima visita oculistica e l’ecografia dell’addome completo, mostra che, accanto a una quota di pazienti che riceve la prestazione nei tempi previsti, esiste una “coda invisibile” di cittadini che attende ben oltre i limiti garantiti. «Metà dei pazienti generalmente ottiene la prestazione entro i tempi previsti – spiega Cartabellotta – ma una quota deve attendere molto più a lungo, essere costretta a pagare di tasca propria o rinunciare del tutto alla prestazione».
Un fenomeno che trova riscontro anche nei dati Istat: nel 2024, 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria e la spesa out-of-pocket per visite ed esami è aumentata sensibilmente.
Secondo Gimbe, una parte rilevante delle prestazioni viene inoltre erogata in intramoenia. Dalla differenza tra il totale delle prenotazioni e quelle considerate per il calcolo dei tempi di attesa emerge una stima: circa il 30% delle prestazioni sarebbe stato erogato in questo regime.
La piattaforma, infine, non fornisce indicazioni su come i cittadini possano tutelarsi in caso di mancato rispetto dei tempi massimi. «Non indica le modalità per presentare segnalazioni o richieste di tutela – rileva il presidente – privando il cittadino di informazioni indispensabili per esercitare i propri diritti».
«A diciotto mesi dalla conversione in legge – conclude Cartabellotta – il Dl Liste d’attesa non è ancora stato in grado di dare risposte concrete ai cittadini. Il duplice ritardo, normativo e tecnologico, conferma che le liste d’attesa sono il sintomo del progressivo indebolimento del Servizio sanitario nazionale».




