Over 55: il cliente più importante che il mercato continua a fraintendere

Over 55: il cliente più importante che il mercato continua a fraintendere

Parlare di senior, in Italia, significa ancora troppo spesso parlare di fragilità, dipendenza, declino. Un vocabolario assistenzialista che ha plasmato politiche, prodotti e servizi per decenni, e che oggi mostra tutta la sua inadeguatezza di fronte a una realtà profondamente cambiata. La popolazione over 55 è la fascia demografica più numerosa e più ricca del Paese, detiene circa il 60% della ricchezza nazionale, è sempre più connessa, sempre più attiva, sempre più consapevole dei propri bisogni. Eppure continua a essere pensata — e servita — come se fosse altro.

È da questa contraddizione che vale la pena partire per leggere i dati presentati il 24 marzo scorso al convegno “Longevity & Silver Economy: digitale e innovazione per un mondo in cui vivere a lungo”, organizzato dall’Osservatorio Longevity & Silver Economy della School of Management del Politecnico di Milano. Una ricerca condotta su 551 senior italiani, articolata in cinque macroaree di bisogno — salute e benessere, sicurezza e autonomia, gestione delle risorse economiche, realizzazione personale, relazioni sociali — che restituisce un ritratto complesso, spesso sorprendente, e utile per chiunque si occupi di progettare servizi per questa fascia di popolazione.

Più digitali di quanto si pensi

Il dato forse più immediato riguarda il digitale e smentisce con i numeri uno degli stereotipi più duri a morire. Il 71% degli over 55 usa i social media. Il 67% conosce strumenti di intelligenza artificiale generativa come ChatGPT e il 34% li ha già utilizzati. Il 43% acquista online, il 35% in completa autonomia. Il 59% si sente a proprio agio con le app di messaggistica, il 53% con le ricerche online, il 43% con l’email, il 37% con i pagamenti digitali. Sono percentuali che descrivono una generazione che la rivoluzione digitale degli anni Novanta l’ha vissuta dall’interno, spesso come protagonista, e che oggi abita il web con una familiarità che gli stereotipi correnti faticano ad ammettere.

Ma sarebbe un errore fermarsi qui e leggere questi dati come una rassicurazione. Accanto a questa immagine, la ricerca ne consegna un’altra, più sfumata. Il 72% degli over 55 teme che le tecnologie digitali possano generare isolamento sociale. La stessa percentuale dichiara di fare fatica a distinguere contenuti autentici da quelli prodotti dall’intelligenza artificiale. Il 50% ha paura di essere escluso da servizi essenziali se non riuscirà a tenere il passo con l’innovazione. Non è resistenza al cambiamento: è una preoccupazione legittima, radicata nell’esperienza concreta di chi ha visto i servizi — bancari, sanitari, amministrativi — spostarsi online in modo non sempre accessibile, non sempre pensato per tutti.

«Non dobbiamo nasconderci dietro i rischi del digitale», osserva Deborah De Cesare, Direttrice dell’Osservatorio, «ma lavorare perché queste preoccupazioni non si traducano in esclusione. Non è il senior che deve inseguire l’innovazione, ma è l’innovazione che deve adattarsi alle caratteristiche dell’utente». Una posizione che ribalta la prospettiva consueta e che ha implicazioni concrete per chiunque progetti servizi digitali in ambito salute. Come sottolinea Emanuele Lettieri, Responsabile scientifico dell’Osservatorio, il punto critico è sempre la condizione di partenza: «progettare il digitale insieme agli utilizzatori senior e investire seriamente nelle loro competenze digitali, senza le quali l’innovazione resta una promessa non mantenuta».

La prossimità familiare e il titolo di studio restano, nei dati, i fattori più rilevanti nell’adozione delle tecnologie. Chi vive con i figli utilizza di più la Generative AI. Chi ha un livello di istruzione più alto si muove con maggiore autonomia tra le piattaforme. La disuguaglianza digitale, insomma, non è solo una questione generazionale: è una questione strutturale, che si sovrappone ad altre disuguaglianze già esistenti e rischia di amplificarle.

Un universo composito, non una categoria

Vale la pena soffermarsi su questo punto, perché è rilevante non solo in termini di equità sociale, ma anche di lettura del mercato. La popolazione over 55 non è un blocco omogeneo: è un universo composito, attraversato da differenze di salute, reddito, istruzione, autonomia e stili di vita. Chi ha 58 anni, è ancora attivo professionalmente e gestisce la propria salute in modo proattivo ha bisogni molto diversi da chi ne ha 78, vive solo in un’area poco servita e fatica a orientarsi tra le piattaforme digitali. Trattarli come un’unica categoria — come spesso ancora accade — significa perdere di vista entrambi.

Le differenze territoriali pesano in modo significativo su questo quadro. Le disuguaglianze tra regioni, ma anche all’interno delle stesse regioni, incidono profondamente sulla qualità della vita e sull’accesso ai servizi. In molte aree del Paese, lo spopolamento ha ridotto le reti di prossimità — familiari, sociali, sanitarie — lasciando la popolazione senior in condizioni di isolamento che la sola digitalizzazione non può colmare. La solitudine non è solo un problema di benessere psicologico: è un determinante della salute fisica, dell’aderenza terapeutica, della gestione delle patologie croniche. E nei dati della ricerca emerge con chiarezza come il rischio di isolamento sociale sia percepito come uno dei timori più diffusi proprio in relazione all’avanzare del digitale.

Livelli di istruzione più bassi, età avanzata o condizioni di fragilità possono rendere più difficile l’interazione con interfacce pensate in modo standardizzato. In questi casi è il sistema che deve fare un passo verso il cittadino, adattando linguaggi, interfacce e modalità di erogazione dei servizi. L’obiettivo — difficile ma necessario — è evitare che la trasformazione digitale, anziché ridurre le disuguaglianze, finisca per amplificarle.

Salute, prevenzione e il ruolo del digitale

Sul fronte della salute, emerge una disponibilità che i servizi faticano ancora a intercettare. Il 19% degli over 55 dichiara di aver già partecipato a programmi di prevenzione personalizzata: una quota ancora contenuta, ma in crescita, che si concentra in modo particolare tra chi convive con patologie croniche. È un dettaglio significativo: chi vive con una malattia cronica mostra una disponibilità maggiore a sperimentare soluzioni digitali, perché l’impatto sulla qualità della vita quotidiana è immediato e tangibile. Non è l’innovazione in sé ad abbattere le barriere, ma la percezione di un beneficio concreto.

La domotica — sensori, sistemi di controllo remoto, dispositivi per la sicurezza domestica — è utilizzata dal 10% degli over 55, con tassi di adozione più elevati tra chi ha figli che vivono lontano. Anche qui, la logica è la stessa: lo strumento viene adottato quando risponde a un bisogno percepito, non quando viene proposto in modo astratto. La telemedicina, il monitoraggio remoto dei parametri vitali, i promemoria per l’aderenza terapeutica trovano terreno fertile non tra i senior “mediamente digitalizzati”, ma tra quelli che hanno una ragione concreta per usarli.

Il tema dell’autosufficienza attraversa tutta la ricerca, e non solo come condizione clinica. «L’autosufficienza è un elemento fondante della dignità della persona», ha osservato al convegno il senatore Ignazio Zullo, dell’Intergruppo parlamentare sull’invecchiamento attivo. «Più una persona è autonoma, più resta parte attiva della società, della vita familiare e, quando possibile, anche lavorativa». Un’autonomia che si costruisce anche attraverso l’accesso a strumenti e servizi adeguati, e che quando viene meno — per ragioni cliniche, sociali o digitali — produce costi umani ed economici che il sistema sanitario nazionale si trova sempre più a fronteggiare, in un contesto segnato dall’aumento delle patologie cronico-degenerative e da una crescente carenza di personale sanitario.

La digitalizzazione, in questo senso, può essere uno strumento chiave per connettere i diversi punti della rete assistenziale — ospedale, territorio, assistenza domiciliare — e per intercettare bisogni che oggi sono solo parzialmente riconosciuti. Ma farlo richiede una progettazione che tenga conto della reale eterogeneità della popolazione senior, e che non dia per scontato né le competenze né le condizioni di accesso. Una popolazione che detiene il 60% della ricchezza nazionale, gestisce la propria salute con crescente consapevolezza e usa il digitale molto più di quanto si immagini. Il mercato, per ora, sembra conoscerla ancora poco.

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