Sempre meno giovani scelgono di studiare Farmacia, ma chi arriva alla laurea trova lavoro. A cinque anni dal titolo, il tasso di occupazione raggiunge infatti il 94,9%. È una contraddizione che ci fa ritornare su una domanda che avevamo già affrontato lo scorso anno in questo periodo: che cosa rende oggi il percorso in Farmacia meno attrattivo per i giovani?
I numeri spiegano perché vale la pena tornare sul tema. Secondo i dati AlmaLaurea, si è passati dai circa 5.095 laureati del 2017 a poco più di 4.000 nel biennio 2023-2024, con una parziale ripresa nel 2025, quando il numero è risalito a circa 4.600. Un andamento che si accompagna al progressivo calo degli iscritti registrato negli ultimi cinque anni e che si riflette anche sul mercato del lavoro, in particolare sulla ricerca di personale nelle farmacie.
Se trovare lavoro non sembra essere il problema, le condizioni economiche possono invece pesare sull’attrattività della professione. Le retribuzioni dei farmacisti collaboratori sono spesso percepite come non adeguate alla formazione richiesta, alle responsabilità e alle competenze professionali: lo stipendio medio netto si aggira intorno ai 1.400 euro mensili entro il primo anno dalla laurea e raggiunge circa 1.640 euro a cinque anni.
Lo scorso settembre avevamo affrontato il tema del calo degli iscritti alla facoltà con Vladimiro Grieco, allora Segretario Fenagifar. Quest’anno abbiamo scelto di tornarci ascoltando chi il percorso universitario lo sta vivendo e abbiamo intervistato Sarah Mallamaci (nella foto), Presidente dell’Associazione Italiana Studenti di Farmacia (AISFA), per capire come viene percepito il corso di laurea dagli studenti, quali elementi ne condizionano oggi la scelta e quali cambiamenti potrebbero renderlo più vicino all’evoluzione della professione.
Negli ultimi anni si è registrato un calo degli iscritti a Farmacia. Quali sono, secondo lei, le motivazioni di questo calo? Perché meno studenti scelgono di studiare Farmacia?
Uno dei fattori che vedo pesare di più è la concorrenza con altri percorsi scientifici. Oggi, rispetto al passato, chi si affaccia al mondo accademico ha davanti molte più alternative: biotecnologie, professioni sanitarie con percorsi 3+2, corsi STEM che promettono sbocchi più rapidi e diversificati. Farmacia, invece, resta un ciclo unico di 5 anni, senza uscite intermedie, e questo in un contesto competitivo gioca a sfavore. C’è poi un elemento che sta cambiando molto: le nuove generazioni arrivano all’università con una consapevolezza più alta rispetto al passato su cosa le aspetta dopo la laurea. Non si scelgono più i percorsi in astratto, si guarda a durata, flessibilità, sbocchi concreti. E se un percorso lungo come Farmacia non riesce a comunicare con chiarezza la pluralità di sbocchi che effettivamente offre, quali farmacia ospedaliera, industria, affari regolatori, ricerca, rischia di apparire meno competitivo rispetto ad alternative percepite come più snelle. Ma è proprio su questo che vedo il margine più interessante: pochi altri percorsi offrono una gamma di sbocchi così ampia partendo da un’unica laurea. Chi sceglie Farmacia oggi non si preclude nulla, anzi entra in un settore che si sta ridisegnando, e questo può essere raccontato come un valore aggiunto, non come un limite. Come AISFA, cerchiamo anche noi di accompagnare i ragazzi in questo percorso, aiutandoli a districarsi tra i possibili sbocchi della professione fin dai primi anni di università.
La laurea in Farmacia è a ciclo unico di 5 anni: un percorso così lungo viene percepito come più difficoltoso rispetto ad altri corsi di laurea scientifici?
Non credo sia la durata in sé a rendere il percorso più difficile, anzi chi lo frequenta riconosce di ricevere una preparazione scientifica solida, su questo non ci sono dubbi. La difficoltà percepita nasce piuttosto da uno squilibrio interno: il percorso è ancora molto concentrato sulla teoria nei primi anni, e il contatto reale con la professione arriva tardi, spesso solo negli ultimi anni con il tirocinio. È in quel momento che molti studenti percepiscono davvero il “peso” del percorso, perché si trovano a confrontarsi con una pratica quotidiana diversa da quella immaginata durante gli studi. Quindi più che di difficoltà oggettiva, parlerei di una distribuzione degli sforzi che potrebbe essere resa più equilibrata lungo tutto il quinquennio. Va anche detto che questa solidità scientifica, che a volte viene vissuta come un peso, è in realtà uno dei punti di forza più riconosciuti del percorso: chi si laurea in Farmacia esce con una preparazione che resta un vantaggio competitivo reale, in Italia come all’estero.
La recente riforma del Corso di Laurea ha reso il percorso più allineato alle richieste del lavoro in farmacia? Cosa potrebbe essere ancora migliorato?
Direi di sì, ed è un passo nella direzione giusta. La nuova laurea abilitante ha introdotto elementi importanti che prima mancavano: l’economia e gestione della farmacia come materie strutturali, un tirocinio che non è più un’appendice finale, ma parte integrante del percorso. Sono cambiamenti che vanno letti positivamente. Un elemento che trovo particolarmente significativo è proprio la possibilità di scegliere tra indirizzi differenziati già durante il percorso di laurea. È una forma di specializzazione anticipata che prima non esisteva: lo studente può iniziare a costruire un profilo più orientato alla pharmaceutical care e ai servizi, oppure più vicino all’ambito preclinico, industriale e di sviluppo del farmaco, ancora prima di affacciarsi al mondo del lavoro. Questo si collega direttamente a quella maggiore consapevolezza di cui parlavo prima: le nuove generazioni non vogliono più scegliere un percorso “generico”, ma capire fin da subito verso quale ambito della professione si stanno indirizzando. Poter iniziare a delineare questo profilo già in aula, e non solo dopo la laurea, è un cambiamento importante, che rende il percorso più aderente al modo in cui gli studenti oggi si avvicinano alla scelta professionale. Detto questo, è un processo ancora in transizione, e ci sono margini di miglioramento. Il primo riguarda le competenze relazionali (comunicazione con il paziente, counselling) che restano un’area su cui investire di più, perché la farmacia oggi richiede anche capacità di ascolto e di gestione della relazione, non solo conoscenza scientifica. Il secondo riguarda le competenze digitali e sull’intelligenza artificiale: ci sono ottimi esempi di atenei che si stanno muovendo bene su questo fronte, ma restano ancora esperienze isolate più che uno standard condiviso a livello nazionale. Il terzo è l’uniformità: a parità di laurea, la qualità dell’esperienza formativa può variare parecchio da un ateneo all’altro, ed è un tema su cui si può lavorare per garantire a tutti gli studenti lo stesso livello di preparazione all’uscita. Ma il fatto stesso che la riforma abbia già toccato questi nodi è un segnale incoraggiante: significa che il sistema si sta muovendo nella direzione giusta, e che il percorso di oggi è già molto più vicino alla professione reale di quanto non lo fosse anche solo qualche anno fa.
La laurea abilitante ha eliminato il tirocinio e l’esame di Stato post-laurea. Il tirocinio viene però svolto durante gli anni di studio con il TPV: questo nuovo sistema come viene percepito dagli studenti?
L’impostazione di fondo, ovvero anticipare la pratica durante gli anni di studio invece di collocarla solo dopo la laurea, va nella direzione che gli studenti stessi chiedono da tempo: più contatto diretto con la realtà professionale, e prima possibile nel percorso. Su questo il giudizio è positivo. Il tema aperto riguarda la qualità e l’omogeneità dell’esperienza: il valore del tirocinio dipende molto dalla farmacia in cui si svolge e dalla presenza di un tutor che sappia davvero accompagnare lo studente. Quando questo manca, il rischio è che l’esperienza si riduca a mansioni ripetitive più che a un percorso formativo strutturato. Non è un problema del sistema in sé, ma della sua applicazione non ancora uniforme sul territorio: sarebbe utile lavorare su standard più omogenei di supervisione e valutazione, così che il valore del TPV non dipenda troppo da dove capita di svolgerlo. Quando invece il tirocinio funziona bene, è spesso il momento in cui gli studenti riscoprono l’entusiasmo per la professione: è lì che si tocca con mano il lato più umano e concreto del lavoro in farmacia, quello che in aula si fatica a trasmettere.
Il tema della scarsa remunerazione dei farmacisti collaboratori e il mancato rinnovo del CCNL è un tema che pesa sulle scelte didattiche degli studenti?
Credo vada fatta una distinzione: non credo che questo tema pesi direttamente né sulle scelte didattiche degli studenti né sul calo delle immatricolazioni. Al momento della scelta universitaria, appena finite le superiori, è un aspetto molto tecnico, legato al mondo del lavoro, con cui uno studente di 19 anni difficilmente si confronta. Diventa però un tema rilevante più avanti nel percorso, quando lo studente entra in contatto diretto con la realtà professionale, come durante il tirocinio, nei primi confronti con farmacisti già inseriti nel mondo del lavoro. È lì che il tema della remunerazione e CCNL può influenzare le scelte successive: che ambito scegliere dopo la laurea, se orientarsi verso la farmacia territoriale o guardare con più interesse ad azienda e ricerca, percepite come ambiti con prospettive di crescita più rapide. Quindi più che sul calo delle immatricolazioni, direi che questo tema incide sulle scelte di carriera che si maturano durante e dopo il percorso di studi. Ma è bene ricordare che la laurea in Farmacia non porta solo al banco della farmacia territoriale: industria, ospedale, ricerca, regolatorio sono tutti ambiti che oggi cercano professionisti con questo profilo, spesso con condizioni economiche diverse. Conoscere fin da studenti questa pluralità di opportunità aiuta a vivere il percorso con meno ansia e più consapevolezza.



