L’81,7% dei cittadini sceglie sempre la stessa farmacia. E lo fa perché il professionista al banco conosce le loro esigenze di salute. È il dato che apre l’ottava edizione del Rapporto Annuale sulla Farmacia, presentata il 29 aprile a Roma da Cittadinanzattiva in collaborazione con Federfarma, con il contributo non condizionante di Teva e il patrocinio dell’INPS. L’indagine ha coinvolto 1.976 farmacisti, il 38,4% operante nelle aree rurali e il 61,6% in quelle urbane, e 1.034 cittadini, il 54% dei quali affetto da patologie croniche.
Il 13,7% non esprime una preferenza stabile, il 4,6% orienta la scelta sulla base dell’offerta di prodotti o servizi. La prossimità geografica viene indicata al 19,9% come fattore di scelta, la gamma dei servizi al 5,4%, quella dei prodotti al 2,7%. Tra i pazienti con patologie croniche la fidelizzazione è più marcata: il 43,9% sceglie sempre la stessa farmacia per la conoscenza delle proprie esigenze, rispetto al 36,6% dei cittadini senza cronicità. Il ricorso a una farmacia occasionale scende all’8,5% tra i pazienti con cronicità, contro il 19,9% degli altri. La fidelizzazione cresce con l’età ed è più spinta tra gli over 65.
Una rete attrezzata, con differenze territoriali contenute
Sul piano organizzativo la trasformazione appare consolidata. Il 74,6% delle farmacie dispone di locali separati per l’erogazione dei servizi, il 12,8% utilizza spazi dedicati nello stesso ambiente, il 4,8% locali esterni. L’11,8% non eroga ancora servizi: una quota che nelle aree rurali sale al 14,5%, contro il 10,1% delle urbane. Le farmacie urbane dispongono di locali separati nel 77,4% dei casi, quelle rurali nel 70,2%. Differenze contenute, che non modificano la natura diffusa del modello ma segnalano livelli diversi di capacità attuativa tra contesti.
I test diagnostici rapidi, come glicemia e colesterolo, sono disponibili nel 78,9% delle farmacie: 81% nelle urbane, 75,7% nelle rurali. Il 19,4% dei cittadini dichiara di averne fatto uso, il 74,3% non vi ha mai fatto ricorso. Il livello di non conoscenza del servizio è ormai residuale: 6,3%, un dato che segnala come la barriera informativa sia sostanzialmente venuta meno. L’utilizzo cresce tra i cittadini con patologie croniche, 21,2% contro 17,4%, e con l’età: dall’11,8% tra i giovani al 24,7% nella fascia 51-63 anni.
La telemedicina rappresenta uno dei trend di crescita più significativi dell’intera serie storica del Rapporto. L’ECG è disponibile oggi nel 77,4% delle farmacie, l’holter cardiaco nel 73,4%, quello pressorio nel 72,4%. Nel 2018 la telecardiologia era presente nel 28% delle farmacie. Il 21,4% dei cittadini ha effettuato un ECG in farmacia, il 19,1% un holter pressorio, il 12,9% un holter cardiaco, mentre oltre il 70% non ha ancora fatto ricorso a questi servizi. L’uso è concentrato tra i pazienti con patologie croniche: 23,8% per l’holter pressorio contro 13,7% dei senza cronicità, 19% contro 5,6% per l’holter cardiaco. Cresce con l’età: 28,6% nella fascia 51-63 anni, 26,7% tra gli over 75.
Screening e vaccinazioni: offerta diffusa, fruizione ancora selettiva
Il 76,8% delle farmacie partecipa alla campagna istituzionale per lo screening del colon-retto, dato stabile sopra il 70% negli ultimi anni e in crescita costante rispetto al 18% del 2018. Le iniziative per l’individuazione dei fattori di rischio cardiovascolare si attestano al 45,2%, quelle per le patologie metaboliche al 40,4%. Dal lato dei cittadini, il 27,7% dichiara di aver partecipato a campagne di screening in farmacia, con un’adesione che sale al 39% nella fascia 51-63 anni. Nelle fasce 51-63 e 64-74 anni la partecipazione agli screening per il colon-retto raggiunge rispettivamente il 63,3% e il 66,7%. Nella stessa fascia la partecipazione per il cardiovascolare arriva fino al 30%, per il diabete al 26,2%.
Per le vaccinazioni il quadro è più disomogeneo. Il 48,8% delle farmacie somministra il vaccino antinfluenzale, in crescita rispetto al 39,6% del 2022. Il 34,3% eroga il vaccino anti-Covid, stabilizzato dopo il picco del 49% del 2021. Le altre vaccinazioni restano all’8,9%, con una diffusione ancora condizionata dalla variabilità dei contesti regionali. Il 30% dei cittadini si è vaccinato in farmacia per il Covid, il 16,9% per l’influenza. La conoscenza del servizio è elevata: solo il 2,3% non è a conoscenza della disponibilità del vaccino anti-Covid in farmacia, il 3,1% di quello antinfluenzale. La fruizione è maggiore tra i pazienti con patologie croniche: 31,2% per l’anti-Covid, 18,5% per l’antinfluenzale.
Il Rapporto segnala, trasversalmente a tutti questi ambiti, un disallineamento tra disponibilità dei servizi e loro effettiva fruizione. La farmacia è attrezzata; la sfida identificata dagli estensori del Rapporto è il passaggio da una farmacia «attrezzata» a una farmacia integrata nel SSN, con i servizi inseriti nei percorsi ordinari di cura e prevenzione. «Non si tratta più solo di aggiungere nuovi compiti alle farmacie, ma di cambiare il modo in cui le consideriamo dentro il nostro sistema sanitario. I dati dicono chiaramente che le farmacie fanno già molto di più rispetto al passato; adesso la vera sfida è fare in modo che lo Stato e le Regioni le integrino per davvero, eliminando le differenze tra città e zone isolate. La vera svolta ci sarà solo quando ogni cittadino potrà accedere a questi servizi in modo facile, uguale per tutti e consapevole. Dobbiamo spingere la politica a creare un modello che metta la farmacia al centro del territorio per proteggere davvero il diritto alla salute di ognuno», ha dichiarato Anna Lisa Mandorino, Segretaria generale di Cittadinanzattiva.
«Occorre rendere questo modello pienamente operativo e omogeneo su tutto il territorio nazionale, rafforzando la collaborazione soprattutto con i medici di medicina generale, per garantire un accesso equo e una risposta sempre più efficace ai bisogni di salute di tutti i cittadini, compresi coloro che vivono nelle aree più remote del Paese», ha commentato Marco Cossolo, Presidente di Federfarma Nazionale.
Farmaci equivalenti: diffusi e accettati, ma la scelta consapevole resta da costruire
A trent’anni dalla loro introduzione in Italia, i farmaci equivalenti sono una componente strutturale del mercato farmaceutico. Secondo i dati OsMed 2024 richiamati nel Rapporto, incidono per il 31,6% sui consumi ma solo per il 23,5% sulla spesa farmaceutica complessiva, che raggiunge i 37,2 miliardi di euro, di cui 10,2 a carico dei cittadini. Il differenziale di prezzo tra originator ed equivalenti genera un onere di circa 1,06 miliardi di euro.
I farmacisti sono ampiamente orientati a favore degli equivalenti: il 78,9% ne riconosce il contributo alla sostenibilità del sistema sanitario, il 75,1% il beneficio economico per i cittadini, il 66% il potenziale impatto positivo sull’aderenza terapeutica. La richiesta da parte dei cittadini appare stabilizzata: nel 62,3% dei casi è rimasta invariata nell’ultimo anno, nel 35,7% è aumentata. La quota di farmacisti che segnala un aumento delle richieste è cresciuta dal 13% del 2020 al 35,7% attuale.
Dal lato dei cittadini, il 46,6% utilizza gli equivalenti abitualmente, il 47,1% occasionalmente, solo il 6,3% non li ha mai usati. Il 60% si dichiara abbastanza informato sugli equivalenti, il 18,3% molto informato, il 21% poco o per nulla informato. Il 72% dichiara un utilizzo invariato negli ultimi dodici mesi, l’8,8% in aumento. La fiducia nel farmacista che propone l’equivalente è elevata: 88,6%. Le motivazioni all’utilizzo vedono al primo posto la fiducia nella proposta del farmacista (48,8%), seguita dal risparmio economico (41,5%) e dalla prescrizione medica (20,7%).
Il principale ostacolo resta la resistenza culturale dei pazienti, indicata dal 78,1% dei farmacisti, seguita dalle prescrizioni orientate al brand (36,2%) e da percezioni di minore appropriatezza (36%). Le barriere operative sono marginali: il tempo al banco pesa per il 3,3%, la mancanza di materiali informativi per il 7,6%. Il 45,5% dei cittadini indica nella maggiore spiegazione da parte del medico il principale fattore che aumenterebbe la loro sicurezza nella scelta: un dato che segnala come la catena comunicativa tra medico, farmacista e paziente resti ancora da allineare pienamente.
I cittadini con patologie croniche sono più informati (22,2% contro 13,7% dei senza cronicità), utilizzano più frequentemente equivalenti (49,2% contro 43,5%) e ricevono più spesso prescrizioni per principio attivo (50,3% contro 29,8%). Sul piano territoriale, il Nord mostra livelli di maturità più elevati rispetto ad altre aree del Paese. I giovani utilizzano gli equivalenti in modo abituale nel 17,6% dei casi e saltuario nel 52,9%. Quando li scelgono, lo fanno per fiducia nel farmacista (66,7%) e per il risparmio (58,3%), con proporzioni più marcate rispetto alle altre fasce di età.
Automedicazione: autonomia diffusa, farmacista ancora centrale
L’automedicazione è una pratica pienamente integrata nella quotidianità dei cittadini. Il 65,4% si dichiara abbastanza informato sui farmaci da banco, il 14,6% molto informato, il 19,2% ammette un livello informativo insufficiente. L’autonomia non esclude il confronto: oltre il 70% dichiara di rivolgersi frequentemente al farmacista per un consiglio, il 23,7% molto spesso, il 47,1% spesso. Le donne sono più inclini al confronto (75,6% spesso o molto spesso, contro il 63,4% degli uomini). I pazienti con cronicità coinvolgono il farmacista ancora di più: il 27% chiede molto spesso consiglio, rispetto al 19,9% dei cittadini senza patologie croniche.
Dal lato dei farmacisti, il 66,2% dichiara di svolgere attività di counseling, il 26,4% utilizza materiali informativi, l’11,2% promuove campagne periodiche. Il 21,5% non segnala iniziative specifiche. Il Rapporto evidenzia come il rafforzamento della collaborazione con altri professionisti sanitari resti un’area di sviluppo ancora poco strutturata.
Assume un rilievo crescente la diffusione di informazioni sanitarie veicolate da canali digitali, social e strumenti di intelligenza artificiale: il Rapporto segnala come il farmacista sia, in questo contesto, il punto di riferimento per l’orientamento informativo del cittadino.
Carenze: fenomeno strutturale, gestito a valle dalla farmacia
Il 95% dei farmacisti dichiara di aver sperimentato carenze o indisponibilità di farmaci negli ultimi dodici mesi, con valori omogenei tra farmacie urbane (95,4%) e rurali (94,5%). Il dato è coerente con quanto rilevato dal report PGEU su 27 Paesi UE ed EFTA: il 96% segnala carenze nell’ultimo anno, nel 70% dei casi la situazione è rimasta invariata, nel 37% si registrano oltre 600 farmaci indisponibili.
Dal lato dei cittadini la percezione è più intermittente, anche perché la farmacia riesce spesso ad assorbirne l’impatto. Il 56,6% non ha riscontrato difficoltà, il 26,6% ha sperimentato attese superiori al normale, il 10,6% ritardi incompatibili con le proprie esigenze terapeutiche. Tra i pazienti con patologie croniche il disagio è più marcato: il 34,9% segnala attese fuori norma, l’11,1% ritardi incompatibili, contro il 16,8% e il 9,9% dei senza cronicità. I ritardi incompatibili con le esigenze terapeutiche sono cresciuti dal 4% del 2020 a oltre il 10% registrato negli ultimi quattro anni. Le attese compatibili con le esigenze terapeutiche sono scese dal 34% del 2021 al 26,6% del 2025.
Il Rapporto descrive la farmacia come punto di compensazione delle criticità della filiera: il farmacista individua alternative terapeutiche, si interfaccia con il medico, gestisce la relazione con il paziente, assumendo di fatto un ruolo di gestione a valle di un problema che nasce a monte. Questo ampliamento delle responsabilità operative avviene, rileva il Rapporto, spesso senza la possibilità di un corrispondente controllo sulle cause strutturali del problema.
Aderenza terapeutica: pratica diffusa, struttura ancora da costruire
Il 43,4% dei farmacisti dichiara di occuparsi regolarmente di aderenza terapeutica, e tra questi l’81,6% garantisce un supporto continuativo ai pazienti. Il 34,4% delle farmacie offre servizi di ricognizione farmacologica, mentre il 53,6% segnala l’impossibilità di attivare servizi strutturati per carenza di risorse, spazi o autorizzazioni. L’intervento si concentra sulle patologie croniche ad alta prevalenza: diabete (91,6% dei farmacisti coinvolti), patologie cardiovascolari (83,4%), dislipidemie (62,9%), BPCO (53,2%).
Le strategie adottate sono prevalentemente relazionali: l’87,3% dei farmacisti utilizza l’ascolto attivo e l’osservazione, il 60,7% interviene semplificando la terapia, il 42,2% attiva sostegno motivazionale, il 40,9% svolge educazione sanitaria. Solo il 21,1% segnala una carenza di tempo per il dialogo con il paziente, il 46,4% ritiene il tempo adeguato. Il 72,7% valuta il proprio intervento molto o abbastanza efficace, con un ulteriore 19,7% che ne riconosce la variabilità.
I limiti strutturali sono rilevanti: il 65,5% segnala scarso coordinamento multiprofessionale, il 57,4% comunicazione insufficiente tra ospedale e territorio, il 42,1% sovraccarico burocratico. Solo il 25,3% delle farmacie dispone di sistemi informatizzati per monitorare l’aderenza, appena il 16,2% ha accesso al Fascicolo Sanitario Elettronico. Il 63,2% non dispone di protocolli codificati, ma la stessa quota si dichiara favorevole all’introduzione di indicatori di aderenza nei sistemi informativi.
Il Rapporto si chiude con nove proposte ai decisori politici: passare dalla sperimentazione alla garanzia di accesso uniforme ai servizi; sviluppare una prevenzione accessibile e continuativa; consolidare le vaccinazioni come servizio di prossimità; affrontare le carenze di farmaci come problema di accesso ai diritti; rafforzare nella popolazione la consapevolezza sui farmaci equivalenti; qualificare l’automedicazione come processo consapevole e accompagnato; rafforzare il supporto ai pazienti con cronicità e l’aderenza terapeutica; garantire equità nelle aree interne e nei territori più fragili; rafforzare la dimensione civica e partecipativa.




