Carenza personale, Zaccariello (Atida): il lavoro al banco non soddisfa più le ambizioni dei giovani farmacisti

Carenza personale, Zaccariello (Atida): il lavoro al banco non soddisfa più le ambizioni dei giovani farmacisti

Se le farmacie sono in affanno per la richiesta di farmacisti collaboratori, l’online non sembra avere lo stesso problema. In un post su LinkedIn Francesco Zaccariello (nella foto) – fondatore di Efarma e oggi managing director di Atida Italy – ha scritto: «Ormai sono mesi che si parla della carenza di farmacisti ed effettivamente molte farmacie “offline” hanno difficoltà a reperirne. A noi sta succedendo l’esatto opposto, stiamo ricevendo tante candidature di “farmacisti online”».

La disaffezione alla professione riguarda solo la farmacia fisica e l’online drena personale agli store? Quali sono le principali ragioni della scarsa attrattività del banco per le giovani generazioni? Esistono soluzioni? Ne abbiamo parlato con Francesco Zaccariello.

 

Le farmacie fisiche, indipendenti e catene, fanno fatica a trovare farmacisti, a quanto dice nel suo post non avete lo stesso problema?

No, anzi. Sto ricevendo candidature spontanee di farmacisti che si propongono per lavorare nella farmacia online. Solo pochi anni fa, quando proponevo ai farmacisti di lavorare per noi, dovevo spiegare che cosa significasse essere un farmacista online, perché erano affezionati al banco e sembrava loro strano lavorare per l’online. Oggi invece, giovani che si definiscono farmacisti digitali ci scrivono per lavorare con noi. Alcuni per offrire consulenza digitale al cliente tramite chat o telefono. Altri, che hanno aggiunto alla formazione universitaria in farmacia una formazione di marketing, si propongono per sviluppare progetti di digital marketing o contenuti in ambito commerciale. A oggi abbiamo una decina di farmacisti impegnati nella consulenza online ai clienti.

 

Quindi i giovani farmacisti non vogliono più stare al banco?

Mi sento un pioniere in questo senso, posso dire di aver anticipato la tendenza. Mio nonno era farmacista, mio padre è farmacista, io ho cominciato a lavorare in una farmacia di cui ero anche titolare. Il lavoro al banco, però, mi stava stretto, non mi sentivo valorizzato, non avevo stimoli. Così dodici anni fa, anche io ho scelto di uscire dalla farmacia e ho aperto una farmacia online. Certo, poi è arrivato il successo, ma la spinta ad uscire dalla farmacia fisica penso che sia la stessa.

 

Da cosa dipende questa disaffezione?

Le cause della disaffezione sono molte. A partire dalla possibilità che si è aperta per molti professionisti di lavorare in smartworking: un giovane farmacista vede amici e coetanei di altre professioni che a parità di stipendio, hanno orari più flessibili, o comunque orari d’ufficio. Ricordo che in farmacia si lavora, più o meno, dalle 8 alle 13 e dalle 15/16 alle 20, tutti i giorni, con turni di sabato e anche domenica. Spesso a fare la differenza, quando un farmacista cambia lavoro, non è il compenso, ma la qualità di vita a parità di stipendio. Senza poi parlare della limitata possibilità di carriera in farmacia, che spinge molti a scegliere il lavoro all’interno di una farmaceutica. O ancora decidono di andare all’estero. Altri decidono di insegnare, per avere orari più regolari.

 

Quali sono le possibili soluzioni a questo problema, secondo lei?

Secondo me la strada è quella di dare più professionalità al farmacista, ripensando la figura del farmacista come professionista della salute, un po’ secondo il modello Uk: un farmacista che può fare determinate prescrizioni, con un ruolo più vicino al medico, a cui viene affiancata la figura di un commesso. Perché oggi molti farmacisti si sentono loro stessi dei commessi.

 

La recente riforma universitaria potrebbe aiutare?

Sicuramente eliminare il numero chiuso alla facoltà di Farmacia, introdotto dieci anni fa potrebbe essere di aiuto. Sulla recente riforma non vedo particolari vantaggi.

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