Farmaci salvavita, l’Italia dipende all’80% da Cina e India. Gemmato: «Poche settimane di autonomia in caso di crisi»

Farmaci salvavita, l’Italia dipende all’80% da Cina e India. Gemmato: «Poche settimane di autonomia in caso di crisi»

L’Italia è seconda in Europa per produzione farmaceutica, con 56 miliardi di valore della produzione e 411 aziende attive nel settore. Eppure l’80% dei principi attivi necessari per produrre i farmaci salvavita viene da Cina e India. Un paradosso strutturale che il Sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato ha messo al centro del suo intervento all’evento «Dialoghi sull’innovazione accessibile – Innovaction», promosso da GSK e Adnkronos a Roma il 9 aprile.

«Se dovessimo avere un incidente diplomatico con questi Paesi, o se banalmente dovessero smettere di inviarci principi attivi, avremmo l’orizzonte di qualche settimana per curare gli italiani e dopo rimarremmo senza farmaci», ha detto Gemmato. Una dipendenza che non è solo industriale: è geopolitica.

Un rischio che il Covid ha reso visibile

La vulnerabilità della filiera farmaceutica europea non è una scoperta recente, ma la pandemia ne ha accelerato la presa di coscienza. Secondo i dati dell’Osservatorio Egualia-Nomisma 2025, il 49% dei principi attivi, il 60% degli intermedi e l’85% delle materie prime regolamentate utilizzati in Europa provengono dall’estero. La quota della Cina nelle importazioni europee di intermedi farmaceutici è passata dal 13% al 29% tra il 2013 e il 2024. Il problema non riguarda i farmaci sugli scaffali, la quota cinese sui prodotti finiti resta intorno al 2-3% delle importazioni extra-UE, ma gli ingredienti a monte della filiera, dove la concentrazione geografica è elevata e la sostituibilità bassa. Secondo le rilevazioni del programma EU4Health, oltre il 50% delle carenze di medicinali segnalate in Europa è causato da problemi di produzione, inclusa la mancanza di principi attivi.

Lo stretto di Hormuz

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha trasformato lo Stretto di Hormuz in una zona di crisi attiva. I precursori chimici necessari per sintetizzare i principi attivi, metanolo e glicole etilenico, dipendono in larga parte da quel corridoio marittimo, e India e Cina, che li utilizzano per produrre la gran parte dei farmaci generici mondiali, sono tra i Paesi più esposti al blocco. Secondo Pierluigi Petrone, Presidente di Liphe, il 76% dei principi attivi che curano l’80% delle malattie croniche proviene da quell’area: per ora le scorte tengono, ma se il conflitto si prolungasse per alcune settimane le scorte ospedaliere di alcuni medicinali a breve durata potrebbero iniziare a scarseggiare.

La risposta europea: il Critical Medicines Act

Bruxelles si è mossa. L’11 marzo 2025 la Commissione europea ha presentato il Critical Medicines Act, proposta di regolamento che riguarda 276 farmaci critici identificati dall’EMA. Il Consiglio ha concordato la sua posizione il 2 dicembre 2025. Il testo prevede una riforma degli appalti pubblici con criteri che non si basino solo sul prezzo, maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato per sostenere la produzione europea di principi attivi, riserve strategiche condivise e partenariati con Paesi geopoliticamente affidabili. Il reshoring completo è considerato inattuabile per costi e tempi, spesso superiori ai cinque anni. Il modello che si va affermando è quello del friend-shoring: diversificare le forniture verso partner strategicamente sicuri, riducendo la dipendenza da un numero limitato di fornitori.

Il Testo unico

Sul fronte nazionale, la risposta è il Testo unico sulla legislazione farmaceutica, il cui ddl delega è attualmente in audizione al Senato. La scadenza per i decreti attuativi è dicembre 2026. Gemmato ha indicato la produzione di principi attivi ed eccipienti come uno degli obiettivi espliciti del provvedimento: «Vogliamo far in modo che in Italia non avvenga solo l’ultima linea dell’allestimento dei farmaci complessi, ma che vi sia anche la produzione di principi attivi ed eccipienti. Dobbiamo riappropriarci della grande tradizione della chimica farmaceutica di base che è stata propria dell’Italia negli anni Ottanta». Tra gli altri obiettivi dichiarati figura la revisione del payback, il meccanismo di ripiano della spesa farmaceutica che pesa per 2,3 miliardi all’anno sulle aziende e che Gemmato ha definito tra le priorità del tavolo di concertazione con l’industria.

«Ci stiamo abituando al fatto che le guerre si combattono anche sfruttando l’energia. In chiave geopolitica, la farmaceutica è un ambito da difendere», ha concluso Gemmato. Nel corso dei lavori è stato ricordato che in Europa l’economia della salute genera 1,5 trilioni di euro di valore aggiunto e contribuisce al 3,3% del Pil, e che ogni euro investito in salute genera tra 2 e 4 euro di ritorno: numeri che rendono il tema della sovranità sui principi attivi qualcosa di più di una questione sanitaria.

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