L’intervista a Erika Mallarini, Docente di Channel and Retail Management presso SDA Bocconi

L’intervista a Erika Mallarini, Docente di Channel and Retail Management presso SDA Bocconi

Quali sono le sfide più urgenti da superare perchè la farmacia possa trovare il suo posto nella nuova geografia territoriale dei Distretti sanitari?

Quando usciamo dal mondo della dispensazione del farmaco ed entriamo in quello dell’erogazione dei servizi e delle prestazioni, dobbiamo essere consapevoli che il nostro Sistema Sanitario è costruito su base regionale e le singole aziende territoriali sono autonome: i principi di accreditamento, i sistemi di tariffazione, sono diversi. Il fatto che oggi la farmacia si stia trasformando in un presidio sanitario che non dispensa solo farmaco ci deve abituare all’idea che non possiamo considerarci diversi da altri erogatori. È normale e giusto che a livello territoriale ci siano differenze in termini di regole, tariffe, sistemi di accreditamento e organizzazione delle strutture perché i territori hanno esigenze profondamente diverse, legati alle caratteristiche orografiche, ma anche demografiche e pertanto di utenza. In quanto farmacie, e quindi presidio di salute, non possiamo muoverci in modo diverso rispetto a come funziona il mondo della sanità. E a livello nazionale non c’è un modello unico. Se vogliamo trovare dunque un posto nella nuova geografia territoriale dei servizi, che è molto diversificata, bisogna prendere il coraggio a mio avviso di diversificare i modelli di farmacia. L’unico modo per trovare un ruolo nel sistema è adeguarci alle specificità del territorio in tutti gli ambiti, da quello dell’organizzazione dell’assistenza domiciliare integrata, alla telemedicina, a quello della rimborsabilità. Stiamo diventando la farmacia dei servizi: dobbiamo stare alle regole del gioco dei servizi che non sono quelle della dispensazione.

 

Quali sono a suo parere i servizi più urgenti che dovrebbero essere implementati e proposti in farmacia?

Anche in questo caso non possiamo non tenere conto delle differenze territoriali. Pensiamo a un centro urbano e a un servizio di telecardiologia, siamo sicuri che ce ne sia bisogno in un contesto in cui i servizi a disposizione sono già capillari? Le priorità dei servizi dipendono tantissimo dalle esigenze del territorio, dal bisogno dei pazienti e dal resto dell’offerta.

E poi c’è un altro tema: bisogna considerare una strategia di out of pocket e un’altra strategia per il sistema accreditato. Un servizio, penso ad esempio a quello di autoanalisi, posso erogarlo in una logica di out of pocket oppure con le ASL. E non è la stessa cosa se il mio interlocutore è il cittadino o la ASL. Non è una questione di prezzo, ma di utilizzo del dato.

Prendiamo anche il deblistering che secondo me è uno dei servizi più importanti che la farmacia può offrire: se devi mettere in piedi un sistema per il singolo cittadino che ti chiede il blister personalizzato non riesci a rientrare dai costi, se invece parti con un accordo con una RSA o con un sistema convenzionato, poi a quel punto non hai problemi ad aggiungerci anche il cliente privato.

Le farmacie hanno tante opportunità: c’è tutta la partita della prevenzione, degli accordi con le assicurazioni, del welfare aziendale. Per esempio, dove non c’è un ambulatorio le aziende possono fare accordi con le farmacie per offrire servizi per i dipendenti. La farmacia non è solo un presidio sanitario ma anche un retailer ed è forte il rischio che i suoi spazi vengano occupati da qualche altro attore se non ragiona in una logica anche imprenditoriale. È ovvio che in questo senso i network hanno molti più margini di manovra.

 

In Gran Bretagna il farmacista è già prescrittore per alcuni disturbi. Quanto siamo lontani ancora da questa possibilità?

Secondo me non siamo lontani, viviamo una situazione di pesante carenza di medici di medicina generale e poi se è vero che il medico è esperto della patologia, il farmacista è esperto del farmaco, non vanno costruite competenze: ci sono già. Però la collaborazione tra medico, paziente e farmacista è ancora abbastanza osteggiata dal punto di vista normativo. Tuttavia, il potenziale c’è e penso che ci siano tutti gli elementi per spingere in questa direzione e creare protocolli di appropriatezza.

 

In Italia c’è un grosso problema di disaffezione alla professione e di carenza di personale. Come si può risolverlo?

Ovviamente c’è un tema anche economico. Però da parte di alcuni titolari c’è una mancanza di competenze manageriali: la visione per costruire un percorso di sviluppo meritocratico, che preveda premialità, formazione, possibilità di carriera. Il contratto deve essere la base, ma poi va messo in piedi un processo organizzativo per le persone, in maniera più aziendalizzata e non improvvisata. Manca la conoscenza dei meccanismi del retail: anche chi mette in atto sistemi di incentivazione del personale sulla base delle vendite fa un errore, perché tralascia tutto l’aspetto della consulenza che è centrale per la professione e che genera anche vendite aggiuntive “appropriate”: bisogna individuare gli indicatori giusti per l’organizzazione e la crescita del personale. E poi c’è un altro grande punto, che io osservo quotidianamente nel mio lavoro: il farmacista che si affaccia oggi alla professione è completamente diverso da quello che iniziava dieci anni fa, c’è stato un passaggio generazionale di approccio al lavoro che non si era mai verificato prima e l’integrazione tra generazioni è difficile in tutti i settori, però è indispensabile dialogare e capire quali sono i bisogni dei giovani. Solo così si può rispondere alla disaffezione verso la professione.

 

Recupero dei farmaci, corretto smaltimento, gestione razionale dello scaffale, promozione di stili di vita e comportamenti virtuosi per l’ambiente, che cosa altro può fare la farmacia per diventare un presidio di salute sempre più sostenibile?

Intanto già mettere a terra tutti questi obiettivi sarebbe un buon inizio! Ma ci aggiungo anche la necessità di guardare a tutto quello che le aziende fanno in tema ESG, quindi anche dal punto di vista della responsabilità sociale e di governance e non solo di sostenibilità ambientale.

La farmacia può avere un ruolo importante nell’educazione e nell’informazione del cittadino sui comportamenti. Lo abbiamo visto nella GDO: ad un certo punto abbiamo trovato i tovaglioli a doppio velo e non a quadruplo, i piatti di carta e non di plastica e abbiamo imparato. I cittadini sensibili al tema dell’inquinamento della plastica erano pochi, ora sono molti.

Poi va assolutamente razionalizzata la pianificazione degli acquisti: con le tre, quattro consegne al giorno si inquina tantissimo, ne servono molto meno, non c’è niente di più programmabile delle vendite di farmaco nel breve e medio periodo.

E tornando agli ESG, sulla parte governance ci vuole più attenzione alle esigenze del personale, per esempio agli orari dei genitori che hanno bambini piccoli. Infine, anche in termini di responsabilità sociale la farmacia può fare molto: sulla prevenzione del bullismo, sul contrasto alla violenza sulle donne, sulla disabilità. Una farmacia che ha dei chiari valori è una farmacia che genera valore anche economico, dove le persone scelgono di andare.

 

“E se proprio devo sognare”… la “sua” farmacia come dovrebbe essere?

Appunto sicuramente sensibile e attiva sui temi ambientali e dell’inclusione sociale! E poi credo nella diversità, la sanità è un mondo specializzato, ci sono ospedali pediatrici e altri ortopedici. Anche la farmacia non può essere specializzata in tutto, ritengo un passaggio fondamentale che l’offerta sia variegata: farmacie più orientate alla cardiologia, altre sulle disabilità cognitive dei bambini o sull’oncologia. Diversità significa rispondere a esigenze di comunità diverse, le persone vengono da te perché sanno che puoi risolvere il loro problema e questo è un valore. Naturalmente realizzare questa diversità è più facile se fai parte di una rete. Comunque per me la farmacia italiana è già da sogno così come è. Siamo fortunati ad averla.

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