Esplodono le “Dimissioni di Coscienza”: un lavoratore su tre tra USA e Gran Bretagna lascia per conflitti etici con l’azienda

Esplodono le “Dimissioni di Coscienza”: un lavoratore su tre tra USA e Gran Bretagna lascia per conflitti etici con l’azienda

Datori di lavoro attenzione. Dopo il fenomeno delle “Grandi Dimissioni” (ne avevamo parlato in questo articolo) e delle dimissioni silenziose (un fenomeno che avevamo raccontato qui), il 2023 può essere annoverato come l’ “anno delle dimissioni di coscienza” (conscious quitting) o addirittura delle dimissioni a favore del clima (climate quitting).

Nel primo caso, quello delle Grandi Dimissioni (che ha portato le dimissioni registrate in Italia nei primi mesi del 2022 a 1,66 milioni, in aumento di 22% rispetto allo stesso periodo del 2021), la spinta a licenziarsi era stata  dettata principalmente dalla ricerca di flessibilità, equilibrio tra lavoro e vita privata, meritocrazia; il secondo (il Quiet Quitting) aveva messo in luce un nuovo approccio al lavoro diffuso in particolar modo nella Generazione Z focalizzato sulla ricerca di benessere e di equilibrio e di contrasto del burnout.

Nel fenomeno delle Dimissioni di Coscienza il motivo è invece legato al fatto che l’azienda non è allineata con i propri valori. Ne ha parlato recentemente l’inserto “Buone Notizie” del Corriere della Sera riportando uno studio di Paul Polman, ex amministratore delegato di Unilever «From quiet quitting to conscious quitting». Lo studio condotto dal suo team intervistando 4.000 lavoratori americani e britannici, rivela l’entità delle «dimissioni di coscienza»: un dipendente su due si dice pronto a lasciare il posto di lavoro se i valori dell’azienda non sono in linea con i propri (45% in Uk, 51% negli Usa). Una dichiarazione d’intenti che non è solo teorica, visto che un terzo degli intervistati si è già dimesso in passato a causa di un conflitto di valori (35% sia in Uk che in Usa). I giovani sono ancora più inclini a tagliare i ponti: oltre quattro su dieci della Generazione Z e dei Millennials dichiarano di aver già abbandonato un incarico per motivi etici (44% in Uk, 48% negli Usa). «Stiamo vivendo un momento senza precedenti nella storia umana, un momento di “permacrisi”, in cui pandemie, guerre, emergenza climatica, turbolenze economiche e divisioni sociali minacciano, a vari livelli, la nostra stabilità e il nostro futuro. I lavoratori più giovani sono molto preoccupati per il mondo che erediteranno. Non dovrebbe sorprendere il fatto che molti vogliano dedicare il proprio tempo e il proprio talento alle aziende che si stanno impegnando per essere parte della soluzione. O che siano disposti a licenziarsi quando le loro aziende li deludono», ha commentato Polman.

Ma si tratta di un fenomeno che non è limitato al mondo anglosassone, coinvolge infatti anche l’Europa. Il Corriere della Sera riporta anche un sondaggio Odoxa per Oracle, secondo cui un lavoratore europeo su quattro afferma che potrebbe dimettersi dal proprio incarico per entrare in un’azienda più in linea con i propri valori: «ma anche uno studio pubblicato quest’anno dalla Banca europea per gli investimenti, il 62% degli europei considera importante che il proprio datore di lavoro dia priorità allo sviluppo sostenibile. E i nuovi entranti nel mercato del lavoro, la Generazione Z, sono particolarmente sensibili a questo argomento. Sempre secondo la Bei, il 76% degli europei tra i 20 ei 29 anni afferma che lo sviluppo sostenibile è un fattore importante, addirittura decisivo (24%) nella scelta del datore di lavoro.

La volontà di dare un senso alla propria attività lavorativa si rivela dunque come uno dei fattori trainanti che alimentano l’ondata delle dimissioni volontarie, l’aumento del turnover e le difficoltà di reclutamento caratteristiche del periodo post-crisi sanitaria».

Ed è proprio la crisi sanitaria-che ha generato paura del futuro, ma anche un ripensamento delle proprie scelte e dei propri stili di vita, sia nei confronti del lavoro sia nella maggiore attenzione alle questioni climatiche– il detonatore del fenomeno «Per chi si trova di fronte a conflitti etici o a un sentimento di inutilità, le dimissioni possono quindi essere un modo per sfuggire al burn-out, i cui numeri stanno esplodendo» conclude il Corriere della Sera.

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